III

Catarsi. Lotta. Rinascita.

Per molti, la vita appare come il filo di un funambolo novizio. Ogni passetto timido è accuratamente studiato: prima si poggia la punta del piede, testando la sensazione di equilibrio che potrebbe offrire; poi, con precisione, la pianta, sperando che la posizione regga il peso del corpo intero. Il funambolo inesperto sa cosa significa cadere, sprofondare dall’alto, schiacciato dalla forza della gravità e non sapendo se e come potrà mai rialzarsi per ritentare la traversata. E quando questa vita già fragile, sospesa, viene stravolta da calamità esterne, come del vento che fa oscillare la fune senza tregua, per il funambolo ciò che già sembrava un’impresa colossale diventa quasi inconcepibile. Durante la pandemia, coloro che conoscono questa sensazione sono stati obbligati a fermarsi e, voltandosi verso il basso, hanno scoperto sotto i loro piedi l’oscurità di un abisso dal fondo invisibile: lì hanno scorto una versione di se stessi.

"Mostri", "Respira" - Serena Rastelli

MOSTRI
tecnica mista, 50 x 70

Noia, solitudine, ansia, perplessità sono alcune delle emozioni che ci hanno costretto a fare i conti con amici chiamati “mostri interiori”. Questo quadro, vuole rappresentare una donna, nuda, vulnerabile che per proteggersi volta le spalle alla situazione attuale come se non volesse né vedere, né sentire. Chiudendosi in una bolla, si ritrova costretta ad affrontare i propri pensieri cupi guardandoli dritti negli occhi.

RESPIRA
ecoline e china, 70 x 100

Quante volte nell’arco di questo anno abbiamo avuto la sensazione di essere inermi di fronte a tutta questa situazione, di non vederne una fine, a volte di avere paura. Ecco questo quadro cattura quell’attimo in cui tutte le “paranoie” se ne vanno, e si ricomincia a respirare.

 

“Demoni”

Per una persona abituata a fuggire da quei celebri demoni che noi tutti abilmente sappiamo nascondere sotto strati di pelle, vestiti, sorrisi, convenevoli e follia, non poter fuggire è stata una di quelle tragedie greche, ma necessariamente senza finale.

Nelle suddette, peccati, morte e disperazione non sono che un mezzo per lo spettatore per condurre una analisi interiore e raggiungere una catarsi: una pulizia dell’anima che può essere raggiunta solamente attraversando quella sofferenza resa esplicita dagli attori, seguita da un inconveniente realizzazione dei propri vizi.

Io, nella mia tragedia sono autore, attore e spettatore.

 Non poter fuggire ha fatto sì che i celebri demoni si manifestassero in una maniera nuova, estrema con una potenza che già conoscevo ma che mai avevo dovuto affrontare dal buio di una gabbia di solitudine, ansia e monotonia. E, contrariamente a tutte le mie aspettative, con un po’ di aiuto a distanza, non sono tramutata in demone. Ho avuto l’opportunità di conoscerli, di farmi trasportare da essi in mari di sentimenti sopiti, così travolgenti quanto catartici. Così che ad un certo punto, come per magia, non mi era più chiaro da cosa stessi fuggendo.

Sarebbe impossibile sperare che questi demoni svaniscano nel nulla, ma con questa nuova arte di esistere, questo nuovo stile di scrivere tragedie coralmente, la loro voce diventa sempre più flebile, lasciando solamente un tumulto interiore che a volte mi tira braccia e gambe, che all’improvviso mi rilascia, scoprendo, con sorpresa, nuovi timidi pensieri, nuove attitudini da investigare, nuove possibili strade da percorrere, lentamente, con coraggio e pazienza.

Se, anche tu, sei una persona che teme i demoni, che sa cosa vuol dire eclissarsi, cedendo al loro volere, ricorda sempre, con forza, che l’unica cosa da temere quando le vie di fuga svaniscono, è il proprio cambiamento. E allora inizia a scrivere la tua di tragedia, e dietro ad una catarsi si nasconderà, semplicemente, una miriade di orizzonti per te, da esplorare, alla tua velocità.

Lara Giussani, Londra, 04/2021

 

L’immagine di toccare il fondo è forse un abusato cliché, ormai scontato. Ma come tanti stereotipi, nasconde una tinta di verosimilitudine. Convivere con sofferenza, celarsi per paura di essere giudicati da una società che facilmente demonizza chi indossa su viso e braccia una sensibile natura… Questa è stata la scena vissuta da molti durante la pandemia.  Eppure, con coraggio e perseveranza, non hanno demorso. E una volta toccato il fondo, tra le ombre, hanno trovato il caldo abbraccio della loro arte, qualsiasi essa fosse, e la spinta per arrampicarsi, con sangue e fatica, da un baratro scavato da altri.
Ri-creando, così, finalmente se stessi.

"Curl", "I'll tell you what happens..." - Lara Giussani

“I’ll tell you what happens…”
Penne grafiche su carta, digitalizzato in A4, Nov 2020

Una riflessione su come manifestazioni sintomatiche, talvolta sviluppate durante l’infanzia/adolescenza, possono essere modi celati di esternare sentimenti come tristezza, simboleggiata dal pianto, che viene a volte internalizzato come segno di debolezza o associato in modo derogativo al genere femminile. Il pianto, in questo lavoro, prendendo il posto dell’atto di “follia”, diviene sia occasione di superamento di un lutto emotivo avvenuto in età di formazione, che di crescita personale. Dalle lacrime, infatti, può sbocciare un fiore.

Un’illustrazione che rappresenta nuovi inizi, tanto da un punto di vista artistico, con la sperimentazione di nuovi stili e media, quanto da un punto di vista di modi di esistere.

“Curl”
China su carta, A4, Feb 2021

L’isolamento, fisico, imposto dal secondo lockdown nazionale negli UK, ed emotivo, per cui la presenza di persone non coincide con il conforto dato da interazioni significative, propone una sfida verso un processo di ri(e)voluzione interiore. 

In un momento in cui vecchie sensazioni del passato riemergono e dubbi ri-offuscano una traiettoria che sembrava ormai stabilita, il disegno sostituisce parole che si rifiutano di essere pronunciate da una bocca troppo stanca, diventando un mezzo di resistenza nei confronti di un “essere” insistente, ma non più riconosciuto pienamente come proprio. L’immagine diventa un modo di esprimere visivamente queste sensazioni ben conosciute che, nel momento della mancanza di affetto e intimità, ricreano un senso di disperata familiarità, nonostante la loro pesantezza.

Il funambolo finalmente sa che quando ondeggerà sulla corda perdendo brevemente l’equilibrio, saprà ri-ottenerlo con destrezza; che al momento della caduta, saprà, pervaso dalla luce gentile della creazione artistica, ritrovare il suo posto, sospeso nel cielo, sul suo filo.

"Untitled" - Marco Madonna

Opera 1

Dopo 15 giorni di allerta e chiusura dei confini a Milano, come in tutto il resto del paese e del mondo, mi resi reso conto davvero di essere incastrato in una casa… solo e al centro di un ciclone che, come avevo ben intuito, non sarebbe stato breve…

I miei giorni scorrevano ma purtroppo erano tutti uguali… ho trascorso diverso tempo a vedere serie ed avere una routine pesante e l’unica cosa che mi fece evadere davvero da quella gabbia mentale chiamata tempo fu dipingere.

Ero in una casa senza un balcone, senza un opportunità di respirare ossigeno, anche perché quello stesso ossigeno era per tutti il nemico… ero in una situazione di disagio generale.. i mei unici contatti con la realtà erano legati a quelle poche persone nelle quali mi imbattevo per andare a fare la spesa… Persone fuori controllo che avevano come unico obiettivo quello di rifornire di scorte i bunker che si erano creati… Proprio come fossimo in guerra.

Fui tentato dal riscendere furtivamente nella mia regione ma col dubbio di fare una cazzata…

Mi misi a dipingere proprio questa sensazione…

Il dubbio di rimanere o andare via…

Non avendo nulla a disposizione perché costretto dalle chiusure totali  delle attività commerciali, le uniche cose che avevo a disposizione in casa divennero le mie tele… vecchi pezzi di armadio

mi permisero di ritrovare i colori nelle mie giornate …

Finalmente avevo ritrovato tempo per esprimermi ,tempo per ritrovare me stesso, lo stesso che avevo perso  da tanto…

Opera 2

Erano ormai trascorsi 30 giorni dal primo lockdown ed io imperterrito cercavo, in modo quasi spasmodico, di tenermi attivo mentalmente e fisicamente perché non mi rassegnavo all’idea che l’apatia potesse avere la meglio su di me… purtroppo le cose da fare, rinchiuso tra quattro mura, erano poche… vivevo  solo dell’illusione del contatto umano, grazie o per sfortuna, alla tecnologia, ma anche questo inganno finiva per durare molto poco. Fortunatamente però   riuscii a farmi ispirare proprio da questa realtà e compresi che in mancanza del mio mondo, normalmente fatto di gente che amava guardarmi dipingere, di occhi curiosi puntati sulle mie creazioni che piano piano prendevano forma sotto i miei pennelli e di mani strette per congratularsi della riuscita del mio lavoro, i social media potevano essere per me un nuovo palco… decisi insieme ad un amico, cantante e produttore musicale, di fare una diretta su Instagram.. lui metteva vinili funky e io dipingevo ispirato dal sound… iniziai così  questo mio dipinto, creato sull’unico supporto che avevo a disposizione… una mensola. La diretta non ebbe molto seguito ma per me rappresentò un punto di svolta perché mi spinse a realizzare un’ opera dentro la quale misi un altro pezzo di me stesso. Attraverso i miei quadri congelavo parti di me così da renderli eterni quasi a voler sbeffeggiare un tempo che  tanto più richiamava all oblio tanto più io volevo colorare di vita… l’arte mi stava salvando ancora.

 

“Ode all’arte”

Esistono cose che non ho mai osato fare,
paralizzata da paure figlie di delusione.
Il rischio del fare, amare, creare, prendersi cura
di cose, persone, nature
è scontrarsi con una realtà di inettitudine
che, come un infame dettato da altri,
soffoca qualsiasi gesto,
ancor prima della sua percezione.

Rileggo pagine di diario,
scritto per sopravvivenza più che per arte,
di pensieri vomitati su carta,
per allontanarli da un’interiorità spezzata.
Un pianto silenzioso
di atti disperati, poco curati,
piuttosto esplosi.
Un diario di qualcun altro,
che mi fa sorridere, incazzare.
Un vomito ormai vecchio, secco,
ora innocuo,
che forse, forse non mi serve più.

Ed è così che chiusa quella pagina
di quel quadernetto,
alla coincidenza della chiusura di un anno,
realizzo che quel germe
vomitare non mi fa più,
ma se annaffiato con costanza,
farà crescere una pianta.

Ora sento il suono di una chitarra,
con sorpresa figlio delle mie stesse dita,
sento il legno di un pennello,
sottile, timido,
ma che più non ha paura di
scolpire.

Scolpire su un foglio bianco,
con inchiostro nero pece,
su cui le linee di una penna,
un cimelio di famiglia,
appaiono come un piccolo taglio
scorto solo come riflesso di luce.

Parole, mille parole,
più che sputate, cantate,
attentamente accarezzate
su un foglio scarabocchiato,
non tanto per errore
quanto per attenzione,
per una nuova arte
che senza cura,
per natura,
non potrebbe nascere.

E così mi ritrovo ad amare,
non tanto lui, lei o quell’altro,
ma amare questo fare.
Un fare strenuo, vigile, delicato
senza il quale non posso più respirare,
realizzando che ormai
non è più chiaro
se quello che creo, io l’ho creato
o lui stesso mi ha creato.

Lara Giussani, Londra, 04/2021

"The Cure", "Have you ever fought a tiger?", "A big bird in a too little cage" - Emanuele Zanichelli