Negli ultimi mesi, provati da una pandemia globale ancora in corso, abbiamo notato come un fattore in particolare sia stato al centro di ogni discorso: l’elevata interconnessione alla base della vita sociale umana. Questa ha fatto sì che un invisibile virus nel giro di pochi mesi arrivasse in ogni angolo della terra, costringendoci a stare separati fisicamente per non farlo proliferare; allo stesso tempo, l’interconnessione emotiva, la salvaguardia di noi stess* e le altre persone, così come la condivisione di informazioni, stanno facendo sí che si possano forse, un giorno, ri-abbattere le barriere imposte e trovare nuove soluzioni affinché questa crisi sanitaria non si ripeta.

Ma questo non è il solo “virus” ad avere avuto un effetto a catena sulle persone recentemente. La violenza della polizia statunitense contro la comunità nera, culminata nell’ennesimo omicidio di un afroamericano che non stava opponendo resistenza, ha scaturito una serie di proteste e manifestazioni in moltissimi paesi, sotto la stessa bandiera del movimento BLACK LIVES MATTER (tradotto: “la vita delle persone nere conta”).

Scelgo di non riportare i dettagli di come sia avvenuto l’omicidio perché suppongo che la maggior parte delle persone ne siano ormai a conoscenza. Inoltre penso che non dovremmo servirci necessariamente di immagini strazianti, e per molt* potenzialmente traumatizzanti, al fine di fare leva sulla solidarietà delle persone (spesso attraverso la feticizzazione della sofferenza).

 

 “Gran brutta malattia il razzismo. Più che altro strana: colpisce i bianchi, ma fa fuori i neri”.

(A. Einstein)

Nell’ottica della metafora proposta da Albert Einstein, possiamo quindi immaginare il razzismo come generatore di una vera e propria “crisi di salute pubblica”, in cui gli oppressori sono “portatori sani” e spesso inconsapevoli di questa “malattia”. Le vittime sono invece le persone con “difese immunitarie indebolite da fattori ambientali” non favorevoli, quali: mancanza di diritti e spesso cure sanitarie adeguate, violenza della polizia, negato accesso ad altri paesi, violenza verbale, ecc. Così come ci siamo presi cura della “fascia debole” durante la epidemia di COVID-19 adottando misure come l’utilizzo della mascherina, si possono e si devono adottare nuovi comportamenti e riforme a sostegno di una comunità la cui esistenza è resa più difficile da una violenza strutturale ingiusta esistente anche nella nostra società.  La guarigione é intrinseca alla giustizia.

Infatti, per quanto il razzismo negli USA (di cui il caso di George Floyd é diventato portavoce) sia diverso rispetto a quello italiano, non vuol dire che in Italia non ci siano altri tipi di problemi legati al razzismo sistemico. Il caporalato, un decreto sicurezza a sfavore della sicurezza dei migranti ed il mancato ius soli sono tra gli elementi che, se vogliamo guardarli attraverso la metafora della salute, “indeboliscono il sistema immunitario” della comunità di persone di colore che vivono in questo Paese.
A questo proposito, il 16 giugno Aboubakar Soumahoro, sindacalista italiano di origini ivoriane ed uno dei fondatori della Coalizione Internazionale Sans-Papiers, Migranti e Rifugiati, si é incatenato a villa Pamphili ed ha iniziato uno sciopero della fame chiedendo una riforma della filiera agricola (a tutela dei braccianti sfruttati) e delle politiche migratorie e dell’accoglienza, oltre ad un piano nazionale emergenza lavoro (per assorbire persone e tutelare quelle che hanno perso lavoro).

Ma perché si deve arrivare allo sciopero della fame e/o alla scintilla scatenata oltreoceano affinché chi chiede più diritti possa essere finalmente ascoltat*?
Come denuncia Djarah Kan, scrittrice, attivista ed artista italo-ghanese, a L’Espresso: “L’Italia, ha bisogno di smettere di adottare le tragedie che vengono da oltreoceano, per darsi finalmente una possibilità di porre fine alle proprie. Solo così potrà comprendersi e risolversi nel razzismo”.

Perché non essere razzisti non basta piu. Perché le vittime di razzismo non sono solo quelle persone che, come George Floyd, Ahmaud Arbery, Breonna Taylor e altr*, vengono uccise dalla supremazia bianca. Perché è importante ribadire che la vita delle persone di colore conta (BLACK LIVES MATTER), ma restare semplicemente in vita non è abbastanza: anche la qualità della vita e il benessere psicologico contano. E quest’ultimo dipende ANCHE da tutti i diritti mancati elencati sopra e richiesti ad esempio da Soumahoro. Lo ius soli, ad esempio, non consente solo una serie di agevolazioni pratiche della vita in Italia ed in Europa: attribuisce all’individuo un senso di appartenenza ad un posto, un’ancora spesso di salvezza anche a livello emotivo quando altre cose sembrano andate perdute.

 

 

Al fine di eliminare quello che ho voluto paragonare ad una  “epidemia” e i suoi “sintomi” (per esempio i sistemi di oppressione), è necessario sanare un trauma intergenerazionale: il razzismo ha infatti radici profonde che si tramandano di generazione in generazione, e per sradicarlo c’è’ bisogno di riforme strutturali, sociali, istituzionali, ma anche di una guarigione individuale ed interpersonale di oppressi ed oppressori. E’ necessario agire quindi sia all’esterno che all’interno di noi stess*, sfruttando quell’elevata interconnessione di cui gli umani sono capaci per autointerrogarsi e allo stesso tempo cercare di capire le esperienze altrui, identificando le dinamiche con cui riproduciamo (in modo cosciente e non) certe strutture discriminatorie. Solo così si potranno rinforzare le proprie “difese immunitarie” per non venire contagiat*,e curare le ferite emotive causate anche dal virus della discriminazione.

(Per approfondimento sulle ferite emotive, vedi post di Simone Piccirilli su Co-PsY: https://www.facebook.com/CoPsychology/photos/a.115775143393073/140117414292179/?locale=it_IT%2F).

L’ASCOLTO dei propri bisogni e di quelli altrui è quindi essenziale. In particolare, le persone bianche (ed includo me stessa in questa raccomandazione) che vorrebbero sostenere la causa di BLACK LIVES MATTER ed altri movimenti a tutela di comunità nere, indigene e di persone di colore, hanno il compito di ascoltare ed essere aperte a critiche. Inoltre, riconoscere il proprio privilegio di persona bianca ed il fatto che a volte abbiamo atteggiamenti razzisti inconsci è una presa di coscienza che costituisce il primo step del processo di (auto)guarigione. In questi casi è utile fermarsi ed osservare le proprie reazioni. Provare disagio ingiustificato, sentirsi attaccati ed essere sulla difensiva possono essere segnali di razzismo inconscio o di una mancata presa di coscienza.

A questo proposito é giusto sottolineare che non è né facile né immediato prendere consapevolezza di avere un privilegio innato, dato solo dal colore della pelle: ma é considerato un privilegio proprio perché é un fattore della nostra vita che possiamo dare per scontato. Essere privilegiati non equivale per forza ad essere razzisti, né elitisti. Non vuol dire neanche non aver mai avuto altre difficoltà nella vita. Significa semplicemente poter non accorgersi delle difficoltà che si avrebbero, senza quel privilegio, ed é quindi qualcosa di cui non ci siamo mai dovuti preoccupare.

 

Attenzione: questo non vuol dire che non si possa imparare che ci sono altre persone con difficoltà diverse dalle proprie. Tuttavia, questa conoscenza non implica nemmeno concepire le persone “meno privilegiate” come qualcun* da “salvare” e/o che non ha un proprio libero arbitrio.

(Già, i tranelli della mente sono tanti e nascosti!)

Sentirsi invece impotenti e/o sopraffatti davanti alle ingiustizie può manifestare la necessità di scavare più a fondo in noi stess* per sviluppare strumenti utili a sostegno di noi e altre persone. Sentirsi sopraffatti e/o addirittura in colpa per essere nati nella posizione in cui ci si trova non sono sentimenti di per sé positivi, ma possono portare ad un cambiamento costruttivo, ad un senso di dovere sociale per un benessere sociale. Ad esempio, chi si trova in una posizione privilegiata può riconoscerla e sfruttarla per dare visibilità a chi non ha il privilegio di essere ascoltato.

Noi di Co-PsY abbiamo deciso di sfruttare la nostra visibilità per mostrare solidarietà al movimento BLACK LIVES MATTER ed al progetto di REFUGEES WELCOME, e offriamo supporto psicologico alle persone che ne hanno bisogno. Siamo coscienti delle necessità particolari che le persone della comunità nera possano avere soprattutto in questo momento di fermento così delicato. Ma la terapia individuale per gli oppressi da sola non basta: dobbiamo GUARIRE COME SOCIETÁ.

Così come per il virus del COVID-19, l’interconnessione emotiva, la salvaguardia di noi stess* e le altre persone, e la condivisione di informazioni stanno facendo sí che si possano, spero presto, ri-abbattere le barriere forzatamente imposte e trovare nuove soluzioni affinché questa crisi discriminatoria smetta di riprodursi.

 

Giulia Alessandra Spotti